giovedì 10 novembre 2011

IL MEGLIO DI JUVENEWS: A testa alta, oggi più di ieri

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L'amaro in bocca ricorda molto quella sensazione unica della delusione propria di chi tifa Juve.

Ovvero, il giorno dopo aver perso una finale di Coppa dei Campioni.

Una delle tante, a cui dovremmo essere stra-abituati ma che in realtà si fa fatica a mandare giù, proprio per come nella nostra storia sono maturate.


Non si attendeva altro, con l'acquolina in bocca, con una fame così. Con una sicurezza ostentata di vincere. Anzi, di stravincere, perchè non poteva proprio essere altrimenti.

Il Processo di Napoli, per chi un pò lo ha seguito, sembrava vedesse segnare una regolare goleada da parte dell'equipe Moggiana, ad ogni udienza.

La difesa all'attacco, il vero e proprio scombussolamento creato dalle scoperte dei vari Penta, Prioreschi, Trofino e via dicendo.

Tutti, ma proprio tutti, in questi anni che sono passati, in ogni discussione calcistica, abbiamo afferrato con forza decisa l'idea che "Vedrete poi cosa succederà a Napoli e non parlerete più!".

E tutti eravamo pronti alla resa dei conti che stavamo attendendo. E tutti eravamo pronti a fare le foto dei vari faccioni televisivi della Rai, di Mediaset e del lungo trenino forcaiolo, dal duo Internazionale Mazzola-Civoli, passando da Liguori. Tutti in diretta, forse era un segno.

Ora si scrive il giorno dopo, di quel che è successo a Napoli. Ma è successo quello che in realtà nessuno avrebbe mai pensato. Quasi come Magath. Quasi come un tacco di Del Piero senza premio.

E' difficile da dover accettare il fatto che il certosino lavoro di Auricchio e compagnia sia riuscito a produrre la condanna perfetta, tra un ritaglino del tabellino della Gazzetta e testimoni da "Non ricordo" o scena muta, o autorità come il Fabio Monti del Corsera, o grandi accusatori che si sono ritorti contro, o mucchio di imprecisioni.

O comunque, acqua da tutte le parti, per farla breve. 0-6 ad ogni partita.

Mai una volta che, a leggere i resoconti che seguivano un'udienza, si sia letto, detto e scritto di un punto a favore dell'accusa o di una posizione dell'accusa che si sia rafforzata.

Quei 5 anni e 4 mesi accolgono quasi interamente il volere dell'accusa e sembrano annichilire e cancellare definitivamente tutto il lavoro di chi ha scrupolosamente difeso Luciano Moggi in tutto questo lungo tempo, capace di regalarci un'altra verità da quella che ci era stata spacciata nel 2006.

O forse l'impressione è che non sia nemmeno stato preso in considerazione e a decidere sia stato qualcosa che si vocifera e si vocifererà nel dietro le quinte di un Processo che ha vissuto su tante e troppe ombre, ricusazioni e pressioni.

E' però un primo grado e non un triplice fischio. Chi ci crede veramente è in questi momenti che non può e non deve alzare bandiera bianca.

Perchè non può essere un primo grado a spegnere la Juventus dei 91 punti, la Juventus che è stata campione d'Italia, d'Europa e del Mondo e che, tanto per dire, è stata dipinta come esempio sportivo e manageriale da un certo Sir Alex Ferguson, mica un bacucco qualsiasi.

Chi si dimentica di tutte le proprie convinzioni da una notte all'altra, allora significa che di convinzioni forti non ne aveva mai avute fin dal principio.

Non si può smettere di credere nella Juventus che è stata anche di Luciano Moggi, grazie ad uno degli organi marci di un Paese in cui la direzione del fondoschiena non cambia l'effetto dell'imbucata.

Chi appartiene alla Juve ha il dovere di tenere la testa alta, sempre e comunque. E non per semplice slogan. Altrimenti gli altri che cavolo dovrebbero fare?

Non ha alcun senso stracciarsi le vesti, vergognarsi, strepitare e nascondere la testa sotto la sabbia, perchè è inanzitutto il desiderio di chi ci vuole del male e per farci del male, è stato disposto a tutto.

Si deve continuare a lottare, sicuramente ancora più di prima. Altrimenti sarebbe davvero la fine.

Io non ho proprio alcuna vergogna, ancora oggi, di avere nel cuore anche la Juventus di Luciano Moggi, di Marcello Lippi, di Fabio Capello. Oggi ancora più di ieri. E voi?


Marco D'Alessandro

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