mercoledì 10 marzo 2010

La falsa dicotomìa “bel gioco/risultati”

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Puntare al pragmatismo, o ricerca del bel gioco ?

In Italia da sempre dibattiamo su questo, o almeno dagli anni ’60, quando le catenacciare milanesi raggiunsero grandi traguardi in Italia e in Europa. Sembra che le due espressioni siano completamente contrapposte. E la scelta di campo netta: o l’una, o l’altra. E’ una questione molto presente nella Juve contemporanea, in quanto gli ultimi successi risalgono al biennio capelliano, caratterizzato da due scudetti in due anni ma da un gioco tutt’altro che spettacolare. Non solo, ma l’antagonista di quei due anni fu il Milan di Ancelotti, una squadra capace di impennate di gioco per noi impensabili, ma non dotata di continuità come l’armata bianconera. Ciò che seguì quel periodo fu la messinscena della Farsa, che ancora va in onda, per cui la mente del tifoso juventino è rimasta lì: al pragmatismo di Capello.

E’ un feticcio a cui molti si sono attaccati: sembra che la Juve sia solo quella. Come fosse nata nel 2004. Il pragmatismo simbolo di vittoria, noi simbolo del pragmatismo.

Falso !

Non c’ero negli anni ’60, ma la mia esperienza di tifoso e di appassionato di calcio in generale suggerisce l’esatto contrario: non ci può essere l’una senza l’altra cosa. Basta dare uno sguardo al passato.

Rimanendo in casa nostra, non si fa fatica ad affermare che le Juve più spettacolari e dotate di grande capacità di sviluppare bel gioco siano state quella di Platini e quella del Lippi-primo. Guarda caso sono quelle più vincenti di tutte, essendo state le uniche a primeggiare per più stagioni in Europa, oltre che in Italia. Sebbene allenata da un allenatore tacciato di difensivismo, la Juve dei primi anni ’80 schierava forse il maggior numero di giocatori offensivi nella storia del calcio italiano: Rossi, Boniek, Bettega (Briaschi), e Platini, giocatore completo, ma certo non un mastino. Senza considerare Cabrini, terzino ipertecnico e praticamente ala aggiunta. Nemmeno l’attuale Milan di Leonardo arriva a tanto. Della squadra di metà anni 90 i ricordi sono più vividi, e narrano di un gioco tambureggiante, un possesso palla insistito, un continuo forcing offensivo, una circolazione di palla sempre a terra, una continua capacità di creare occasioni da rete, una squadra votata all’attacco in ogni campo d’Italia e d’Europa ed in ogni situazione di punteggio. Guarda caso, in questo elenco non figura la squadra di Capello pre-Farsa. A dirla tutta, le eliminazioni di quella che viene considerata una squadra modello furono tanto premature quanto umilianti nella forma: prestazioni scialbe e senza personalità, non da Juve.

Quanto agli altri, l’Ajax negli anni 70, le inglesi di fine 70-inizio 80, il Milan di fine 80-inizio 90, l’Ajax a metà 90, il Real Madrid a cavallo dei due secoli, il Milan ancelottiano a metà decennio (sì, proprio l’altra faccia della contrapposizione di cui all’inizio): queste sono le squadre che hanno segnato il calcio in Europa nel loro periodo, insieme alle due citate Juve. E tutte, dico tutte, sono state le squadre che nel loro periodo hanno esibito il calcio più bello a vedersi.

Arrivando ai giorni nostri, è indubbio che le squadre che giocano meglio siano il Barcellona di Guardiola ed il Manchester United di Ferguson. Progetti di gioco totale partiti in anni lontani, che poi affinati nel tempo, e con l’innesto di interpreti fenomenali, hanno generato le formidabili squadre che oggi dominano in Europa.

A livello di Nazionali, tutti sappiamo se quella più forte è anche la squadra tradizionalmente con il gioco più spettacolare e votato all’attacco. E i 4 titoli dell’Italia non ingannino: i 2 dell’era Pozzo e quello dell’82 furono conquistati da squadre dotate di grande talento e capaci di esprimere grande gioco. Resta quello del 2006, che, effettivamente, è un mistero attualmente irrisolto.

Il calcio, infatti, fortunatamente non è una scienza esatta. Ci sono squadre che riescono ad arrivare a grandi traguardi anche mirando ad un gioco meramente pragmatico. Pensiamo al Porto di Mourinho, al Borussia Dortmund o al Marsiglia degli anni ’90, alla Grecia del 2004, ecc. ecc. Ma, oltre ad essere eccezioni, la caratteristica di questi trionfi è quella di essere estemporanei: non sono preceduti né seguiti da risultati minimamente paragonabili. E non sono universalmente riconosciuti: vincere senza giocare meglio, senza essere un riferimento anche per gli appassionati di calcio imparziali, senza segnare un’epoca, ha un impatto diverso verso gli altri ed anche un sapore diverso verso sé stessi. E comunque, come detto, resta molto più improbabile.

Il bel gioco fa, dunque, la differenza.

Ecco quindi che arriviamo al nocciolo della questione, e cioè le prospettive che ci dobbiamo porre nella rifondazione tecnica della nostra Juve e nelle attese come tifosi. L’obiettivo è vincere, ovvio.

Ma il percorso è lungo, come abbiamo imparato. Il calcio europeo nel XXI secolo è molto più competitivo che non nei decenni precedenti. Bisogna prenderne atto ed agire di conseguenza.

Pensare di poter ambire a grandi traguardi senza basarsi su una grande e innovativa proposta di un gioco propositivo, offensivo, e bello a vedersi è semplicemente utopistico.

Questo deve essere l’obiettivo nel termine immediato. Ricostruire un tessuto tecnico/tattico di spessore e di qualità, che migliori l’attuale penuria di gioco che la Juve esibisce in ogni dove ormai da troppo tempo. Se si riuscirà a fare questo, si affinerà la squadra per un ulteriore salto di qualità e per la ricerca di quel perfezionismo in dote alle squadre vincenti. Che voler ottenere tutto e subito sarebbe altrettanto utopistico.

E, si badi bene, si è parlato solo dell’efficacia del bel gioco, senza accenno alla gratificazione estetica, un bene prezioso e primario per ogni amante del calcio e per il tifoso della Juve in particolare, se è vero che G. Agnelli disse che “La Juventus rappresenta, per chi ama la Juventus, una passione, uno svago... e qualche cosa la domenica. Noi abbiamo cercato di dare a loro il migliore spettacolo possibile e anche molte soddisfazioni

A meno che uno non abbia come ideale calcistico l’ Inter catenacciara e "impasticcata"dei primi anni ’60….….

THOMAS EJUVENTUS

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